I percorsi

IL MUSEO DELLA CIVILTA CONTADINA

Il Museo “Ciòca e berlòca” ospita oltre quattromila attrezzi.  Tra i pezzi più antichi spiccano due lunghe e possenti piroghe scavate in giganteschi tronchi di rovere, vecchie di mille anni (affiorate alla confluenza del fiume Serio nell’Adda durante l’alluvione del 1976) e un grande battello utilizzato sull’Adda fino nella prima metà del Novecento dai cavatori di ghiaia. E’ ricchissimo il materiale collegato alla coltivazione dei campi (falci, zappe, roncole, badili, trappole per animali, ecc.), alla vita sul fiume Adda (remi, guadini, reti e canne per la pesca), all’allevamento del bestiame (abbeveratoi, catene, oggetti per la mungitura e per la pulizia delle vacche), alla macellazione (ci sono innumerevoli attrezzi usati in particolare per i suini), alla coltura della vite, alla lavorazione del latte, all’allevamento dei bachi da seta, all’artigianato agricolo (seghe, martelli, mazze, attrezzi da cascina, ecc.).

Sono una decina i grandi crivelli con maglie di tutte le dimensioni e una ventina gli aratri ospitati nel Museo.

Un intero salone è stato dedicato alla casa, con grandi letti a due piazze, scaldini e catene per il fuoco, pentole di rame e stufe, stoviglie e culle, tavoli e sedie. Ci sono sei vecchie macchine da cucire e altrettante per la maglieria.

Importante è la sala dedicata alla religiosità popolare: vi si trovano un magnifico pulpito risalente all’Ottocento, alcune statue di santi, oggetti delle antiche Confraternite, carteglorie, atrezzi per fabbricare le ostie.

Nel corso degli anni questo angolo del Museo di Cavenago è andato anche arricchendosi con quadretti raffiguranti la Vergine Maria, la Sacra Famiglia, Gesù Cristo e tantissimi santi: sono oltre un centinaio di immagini, alcune delle quali nelle loro cornici originali, che solitamente erano affisse nelle camere da letto o nelle chiesette di cascina. E’ curiosa una Via Crucis: si tratta di quadri in gesso, dipinti a mano, risalenti alla prima metà dell’Ottocento; sono tredici delle quattrodici stazioni e alcune figure, in rilievo, appaiono sbrecciate.  Non mancano i pezzi voluminosi (un grande portone in legno di cascina vecchio di duecento anni, un carro agricolo, un torchio per l’uva, uno spazzaneve, due barrette) e pezzi particolari (i tre antichi orologi dei campanili di Cavenago, Caviaga e Montodine, tutti e tre tornati a funzionare dopo un competente restauro).

Ci sono anche collezioni uniche: un’intera parete è dedicata agli oggetti utilizzati dai fabbri ferrai: si tratta della donazione ricevuta a seguito della scomparsa del vecchio maniscalco di Cavenago.

Lo stesso dicasi per la zona dedicata al ciabattino, che raccoglie tutto il materiale che caratterizzava la bottega del calzolaio locale.

E’ molto ricco anche il settore del falegname, con una collezione di un centinaiao di pialle di ogni dimensione.

 

IL MUSEO DELLA FOTOGRAFIA

Adiacenti alla sale del Museo contadino si aprono quelle del Museo della Fotografia.

La collezione raccolta dal fotografo lodigiano Silvano Bescapè è composta da attrezzature fotografiche, fotografie di fotografi lodigiani dell’800 e del ‘900, fino agli anni Settanta, sale di posa, camere oscure, arredo da studio, macchine fotografiche ed accessori, proiettori cinematografici, cornici e foto, album dell’800 e del ‘900, gigantografie.

Attraverso i pezzi raccolti, si ripercorre la storia della fotografia, un’arte passata, nel breve volgere di un secolo, da attività difficoltosa e sperimentale a sofisticata espressione del nostro mondo ultra-tecnico.

Si riprendono quindi le tappe che hanno portato la strada della fotografia dai suoi inventori (Niepce, Daguerre,Talbot, quest’ultimo introdusse l’uso dei negativi) agli attuali prosecutori.

Dopo una breve storia della fotografia, si passa alla visione degli oggetti veri e propri.

Ed ecco macchine fotografiche di varie fogge e dimensioni; vi sono pezzi pregiati, grandi quanto una scatola, semplicissime nell’estetica, essenziali negli accorgimenti, che magari necessitavano di esposizioni lunghissime prima di poter catturare l’immagine.

Allora le foto che risultavano erano tutte rigorosamente in bianco e nero, alcune di esse venivano tuttavia colorate a mano se l’artista che le eseguiva univa la capacità e l’inventiva del pittore. Buona parte dell’archivio fotografico di Silvano Bescapè riguarda immagini carpite alla realtà lodigiana con le sembianze ottocentesche, nonché personaggi e scorci cittadini tra i più vari e interessanti.  All’interno del museo della fotografia vi sono i nomi dei migliori artisti della fotografia lodigiana dell’Ottocento e del primo Novecento.  Si va da Achille Malliani, il primo editore di cartoline fotografiche, a Cremonesi, da Vescovi a Sobacchi, fratello di Don Sobacchi sacerdote celebre per i suoi studi nel campo della riproduzione fotografica. E poi: Mamoli, Gemelli, Marchi (celebre bozzettista e pittore di rango), Merli, Fornari, oltre ai validi fotografi del Basso Lodigiano, Naborri, Bolis, Sari, Sansoni.

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